Associazione Nazionale Partigiani d'Italia - Comitato Provinciale di Trieste
Vsedržavno Združenje Partizanov Italije - Tržaški Pokrajinski Odbor
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SIAMO QUI PERCHE' ANTIFASCISTI

Il discorso ufficiale dello storico Raoul Pupo

 

Come ogni anno, ci ritroviamo qui, cittadini democratici di diverse lingue ed idee, per ricordare una delle tragedie che hanno segnato la storia del ‘900 lungo la frontiera adriatica. Dico frontiera e non confine, orientale od occidentale che sia, perché la frontiera è un’area di sovrapposizioni e di contaminazioni, come per molti secoli è avvenuto lungo le sponde dell’Adriatico orientale. A questa frontiera, i confini novecenteschi degli stati per la nazione hanno fatto ripetuta violenza, dividendo ciò che era unito e cercando poi di eliminare le presenze plurali rimaste dalla “parte sbagliata” della barriera. Proprio per questo, risentir parlare di confini da blindare non può che suscitare un brivido lungo la schiena.

In questa terra di frontiera dunque, l’incendio del Narodni Dom è un simbolo dai molti significati.

Ad esempio, oggi ci ritroviamo in una sede universitaria, che parla di apertura al mondo, e nella quale è presente anche un segno significativo della comunità slovena di Trieste. Ma non siamo nel Narodni Dom di un tempo, così come la comunità slovena di Trieste non è affatto quella, numerosa e rigogliosa, di cento anni fa. La “grande semplificazione” che ha distrutto la ricchezza plurale dell’Europa centrale, ha colpito duramente anche lungo la frontiera adriatica, e l’evento luttuoso del 1920 è uno dei punti di saldatura fra i drammi locali e la storia sbagliata del XX secolo.

Per gli sloveni e i croati l’incendio del Narodni Dom ha rappresentato l’inizio di una stagione di oppressione e persecuzione, fra le più dure nell’Europa degli anni ’20 e ’30 a danno di minoranze nazionali.

Per tutti gli abitanti della frontiera, è stato l’incrocio di un rimpallo di violenze fra le due sponde adriatiche dopo la grande guerra: la repressione dei patrioti croati nella Dalmazia occupata dalle truppe italiane; il loro esilio a Spalato; i conseguenti, continui incidenti con la locale minoranza italiana, culminati nei fatti del 12 luglio in cui morirono due marinai italiani; la ritorsione fascista con l’incendio dei Narodni Dom di Trieste e di Pola ed il pogrom antislavo nella Fiume dannunziana. Una sequenza parossistica che ben esprime il clima convulso dell’epoca.

Per i nazionalisti italiani, è stata invece la conclusione di un ciclo più breve, iniziato nel maggio 1915 con gli incendi del Piccolo e delle associazioni patriottiche italiane, che erano sembrati prefigurare la fine dell’irredentismo italiano. Molti di quelli che avevano disperato nel 1915, li ritroviamo nel 1920 davanti al Narodni Dom che bruciava. Non erano lì solo per curiosità, ma per soddisfazione. Non erano tutti fascisti, o perlomeno non ancora, perché a quel tempo i fascisti erano quattro gatti e l’antislavismo non l’hanno inventato loro: c’era già e la violenza delle armi del dopoguerra era stata preparata dalla violenza verbale dell’anteguerra, dai percorsi retorici dell’intolleranza e della disumanizzazione dell’avversario. Questa è una lezione che non dovremmo dimenticare anche oggi, perché la violenza fisica arriva quando il terreno è già stato dissodato da quella delle parole.

I fascisti guidati da Francesco Giunta colsero l’occasione propizia, e quel gesto criminale fu per loro l’innesco di un successo trionfale: perché intercettarono un sentire diffuso nella pancia della società; perché mostrarono di essere capaci di tradurre il rancore collettivo in azioni concrete; ma anche perché non trovarono opposizione da parte dello Stato. Al di là della dinamica dell’evento, che è confusa come in altri casi, ad esempio quello di palazzo d’Accursio, gli assalitori non vennero perseguiti ed anzi della loro impresa menarono gran vanto. In questo senso, il rogo del Balkan rappresenta un momento di svolta del dopoguerra italiano, perché disegna una traiettoria di complicità fra apparati dello stato e fascismo, che avrebbe portato al collasso dello stato liberale.

Ma accanto alla connivenza delle istituzioni, vi fu anche la debolezza di un antifascismo diviso. All’attacco contro le sedi slovene, i socialisti reagirono in maniera distratta, pronti a mobilitarsi solo in difesa delle organizzazioni di classe. Da parte loro, sloveni e croati si chiusero a riccio nel disperato tentativo di salvare il salvabile, fino a non partecipare all’Aventino nel 1924. Vennero travolti tutti e i conti poi bisognò farli con il regime.

Al riguardo, si dice di solito che nella seconda metà degli anni ’20, alla violenza squadrista si sostituì la violenza di stato. E’ vero, ma non del tutto. Certamente, protagoniste della violenza fuono le istituzioni, che nell’area di confine diedero vita ad una doppia violenza. Quella liberticida che riguardò tutti i cittadini italiani, cui si sommò quella specifica contro le minoranze linguistiche. Era la violenza delle leggi che cercavano di colpire quella dimensione nazionale che nel ‘900 era diventata il fulcro dell’identità collettiva. Lo facevano in nome di una presunta superiorità della civiltà latina, che di fatto si trasformò in barbarie nei confronti delle vittime, colpite al cuore dei loro affetti, e sottoposte ad intimidazioni ed angherie di ogni sorta. Era la violenza della repressione che si abbattè su chi cerca di contestare quelle leggi e quel regime, com’è testimoniato dai due processi di Trieste. Ma accanto a questa violenza istituzionale fu sempre presente quella squadrista, pronta ad esplodere per ammonire anche chi le leggi le rispettava, ma nondimeno stava dalla parte sbagliata: è il caso, clamoroso, di Lojze Bratuž, assassinato con efferatezza per aver guidato un coro in lingua slovena, pur debitamente autorizzato.

Ma perché dopo quasi cento anni ricordiamo ancora tutto questo? Perché non riponiamo le disgrazie del ‘900 nel cassetto della storia?

Magari potessimo farlo, consegnando il secolo passato alla sola attenzione degli studiosi. Invece siamo qui per ricordare, innanzitutto per il rispetto dovuto ad una delle memorie dolenti di frontiera, quella delle comunità slovene e croate della ex Venezia Giulia.

Ma siamo anche qui tutti insieme, perché siamo antifascisti. Purtroppo, non è un anacronismo, come dirsi guelfi o ghibellini. Perché c’è ancora bisogno di rammentare a chi è distratto o in malafede, che questo che qui vediamo è il volto del fascismo: aggressivo, intollerante, omicida, immorale non solo per la corruzione – che purtroppo non è specifica – ma perché pervertì rapporti fra i componenti della società, come anticipato dalla persecuzione nazionale e poi confermato da quella razziale. Siamo qui perché c’è ancora bisogno di rammentare, che lo stato in cui viviamo non è neutrale, perché è nato dalla lotta contro il nazifascismo; e se mai le istituzioni dello stato mostrano acquiescenza, o ammiccamenti, nei confronti di chi del fascismo si proclama con protervia quale erede, commettono tradimento nei confronti della loro stessa ragione d’essere.

C’è bisogno di ricordare il rogo del Narodni Dom, perché il fascismo che abbiamo conosciuto certo non tornerà allo stesso modo, ma i germi che hanno reso possibile l’infezione sono di nuovo in circolo: sono l’odio politico, l’intolleranza, l’esclusivismo nazionale, la costruzione di capri espiatori, il mito del rapporto diretto fra il capo e il popolo, saltando la mediazione delle istituzioni rappresentative, l’insofferenza per la divisione e l’equilibrio fra i poteri, il razzismo.

E’ ozioso domandarsi se l’organismo della nostra democrazia possieda sufficienti anticorpi. Se siamo qui oggi, non è solo per commemorare il passato, ma per rinnovare il nostro impegno civile nel presente.

TUKAJ SMO, KER SMO ANTIFAŠISTI 

Slavnostni govor zgodovinarja Raoula Pupa

 

Kot vsako leto, smo se tudi danes - demokratični državljani različnih jezikov in nazorov zbrali na tem mestu, da bi se spomnili ene izmed tragedij, ki so zaznamovale zgodovino 20. stoletja vzdolž jadranskega obmejnega prostora. Pravim mu obmejni prehodni prostor in ne meja, naj bo to vzhodni ali zahodni, ker gre za območje prekrivanja in kontaminacij, kar se je skozi stoletja dogajalo vzdolž obale vzhodnega Jadrana. Temu obmejnemu prehodnemu prostoru so v 20. stoletju meje držav, ki so obstajale v službi nacije, povzročile neprestano nasilje, razdelile so, kar je bilo združeno, in so nadalje skušale uničiti sledi pluralnosti, ki so ostale na “napačni strani” meje. In ravno zaradi tega, ko ponovno slišimo govoriti o mejah, ki bi jih bilo treba utrditi, nas po hrbtu lahko spreleti le srh.

Torej na tej obmejni zemlji predstavlja požig Narodnega doma simbol, ki ima več pomenov.

Danes se na primer nahajamo na sedežu univerze, ki izreka svojo odprtost svetu in v katerem je prisoten tudi pomemben znak slovenske skupnosti v Trstu. Nismo pa v Narodnem domu tistega časa, pred sto leti, kot tudi tržaška slovenska skupnost ni več taka kot nekoč: številna in uspevajoča. “Veliko poenostavljanje”, ki je uničilo množično bogastvo Srednje Evrope, je krepko udarilo tudi vzdolž jadranskega obmejnega prostora in tragični dogodek iz leta 1920 zagotovo predstavlja eno izmed povezovalnih točk med lokalnimi dramami in napačno zgodovino 20. stoletja.

Požig Narodnega doma je za Slovence in Hrvate pomenil začetek obdobja zatiranja in preganjanja nacionalnih manjšin v 20. in 30. letih prejšnjega stoletja in velja za eno izmed najhujših v Evropi.

Po prvi svetovni vojni so vsi prebivalci tega obmejnega prostora praktično živeli na križišču nesprejemljivega podajanja nasilja med dvema jadranskima obalama: zatiranje hrvaških narodnjakov v Dalmaciji, ki jo je takrat zasedla italijanska vojska, njihov izgon v Split, posledični in stalni izgredi z lokalno italijansko manjšino, ki so svoj višek dosegli 12. julija s smrtjo dveh italijanskih mornarjev, fašistično maščevanje s požigom Narodnega doma v Trstu in v Puli ter protislovanski pogrom na D’Annunzievi Rijeki. Silovita sekvenca dogodkov, ki dobro ponazarja brutalno in neobvladljivo klimo tistega časa.

Za italijanske nacionaliste pa je ta dogodek pomenil konec nekega krajšega obdobja, ki se je začel maja 1915 s požigom Piccola in italijanskih narodnjaških organizacij, kar naj bi simboliziralo konec italijanskega iredentizma. Mnogi tistih, ki so leta 1915 obupali, so bili leta 1920 prisotni pred gorečim Narodnim domom. Niso bili tam samo iz radovednosti, pač pa iz zadovoljstva. Niso bili vsi fašisti, ali vsaj še ne, kajti v tistem obdobju je bilo fašistov le za peščico in protislovanstva se niso spomnili sami: obstajal je že prej in povojno nasilje orožja je samo sledilo predvojnemu nasilju besed, retoričnemu poteku nestrpnosti in dehumanizaciji nasprotnika. Take lekcije ne bi smeli pozabiti niti danes, saj do fizičnega nasilja pride šele, ko so besede že zaorale ledino.

Fašisti, ki jih je vodil Francesco Giunta, so izkoristili pravo priložnost in tisto kriminalno dejanje je zanje postalo sprožilec zmagoslavnega uspeha: zaznali so splošno razširjeno nelagodje družbe, pokazali so, da so zmožni pretvoriti kolektivno sovraštvo v konkretna dejanja, za kar tudi niso naleteli na nasprotovanje s strani države. Poleg same dinamike dogodka, ki ostaja nejasna in nedorečena, ravno tako kot v primeru palače d’Accursio, napadalcev niso nikoli kaznovali, prav nasprotno, s svojim podvigom so se zelo hvalili. V tem smislu predstavlja grmada Balkana pravi trenutek preobrata v italijanskem povojnem času, saj zapečati pajdaštvo med državnim aparatom in fašizmom, ki bo privedel do propada liberalne države.

Poleg sokrivde institucij pa poznamo tudi šibkosti nekega razdeljenega antifašizma. Ob napadu na slovenske sedeže ustanov so socialisti reagirali zelo raztreseno, bili so se pripravljeni angažirati samo v prid razrednih organizacij. Po drugi strani so se Slovenci in Hrvati zaprli vase v brezupnem poskusu, da bi rešili vse, kar se je rešiti dalo. Secesije na Aventinu leta 1924 se tudi niso udeležili. To je povozilo vse, obračunati pa so potem morali z režimom.

S tem v zvezi ponavadi pravijo, da je v drugi polovici 20. let prejšnjega stoletja skvadristično nasilje nadomestilo državno nasilje. Kar je res, vendar ne povsem. Seveda so bile protagonistke nasilja institucije, ki so na objemnem pasu spodbudile dvojno nasilje. Nasilje zatiranja, ki je zadevalo vse italijanske državljane, ter specifično nasilje proti jezikovnim manjšinam. Bilo je nasilje zakonov, katerih namen je bil prizadeti tisto nacionalno dimenzijo, ki je v prejšnjem stoletju postala jedro kolektivne identitete. Udejanjali so ga v imenu neke domnevne prevlade latinske civilizacije, ki se je de facto pretvorila v barbarstva do žrtev in njihovih čustev, ki so bile podvržene ustrahovanju in preganjanju vsake sorte. Bilo je nasilje represije, ki je udarilo po tistih, ki so skušali nasprotovati tistim zakonom in tistemu režimu, kot pričata oba tržaška procesa. Poleg institucionalnega nasilja pa je bilo vedno prisotno nasilje skvadristov, nasilje, ki je bilo pripravljeno eksplodirati v opomin tistim, ki so zakone spoštovali, pa vendar so stali na napačni strani: gre za odmevni primer Lojzeta Bratuža, ki so ga nečloveško umorili, ker je kljub dovoljenjem vodil slovenski pevski zbor.

Zakaj se po sto letih še vedno spominjamo teh dogodkov? Zakaj vseh tragedij 20. stoletja enostavno ne pospravimo enkrat za vselej v predal zgodovine?

Ko bi le lahko to naredili in prejšnje stoletje izročili izključno pozornosti raziskovalcev! Pa smo tukaj, zato da pomnimo, predvsem iz spoštovanja do enega izmed bolečih dogodkov tiste meje, ki je skupna slovenski in hrvaški skupnosti nekdanje Julijske krajine.

Tukaj smo vsi skupaj, ker smo antifašisti. Žal ne gre za anahronizem, kot da bi se pogovarjali o gvelfih ali gibelinih. Še vedno moramo raztresene in zlonamerne ljudi opozarjati, da kar gledamo, je podoba fašizma: agresiven, nestrpen, morilski, nemoralen, ne samo zaradi korupcije, ki žal ni posebna specifika, pač pa ker je pokvaril odnose med pripadniki družbe, najprej z nacionalnim in nato še z rasističnim preganjanjem. Tukaj smo, ker še vedno moramo pomniti, da država, v kateri živimo, ni nevtralna, saj se je rodila iz boja proti nacifašizmu. In čeprav so državne institucije popustljive ali odobravajo nastopanje tistih, ki se ošabno proglašajo za naslednike fašizma, izneverjajo same sebe in razlog svojega obstoja.

Požiga Narodnega doma se moramo spomniti, ker fašizem - kot smo ga poznali - se zagotovo ne bo vrnil v isti obliki, vendar zavedajmo se, da so mikrobi, ki so sprožili infekcijo, ponovno v krogu: to so politično sovraštvo, nestrpnost, nacionalni ekskluzivizem, iskanje grešnih kozlov, mit o neposrednem odnosu med poglavarjem in ljudstvom, pri čemer reprezentativne institucije enostavno preskočimo, neobzirnost zaradi porazdelitve in ravnovesja med oblastmi, rasizem.

Povsem neplodno je, da se sprašujemo, ali ima organizem naše demokracije dovolj protitelesc. Če smo danes tukaj, ni samo za to, da bi obeležili preteklost, pač pa za to, da ponovno potrdimo naša civilna prizadevanja v sedanjosti.

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25, 26, 27 gennaio 2019
Celebrazione della Giornata della Memoria

Care compagne e cari compagni,
appare necessario, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca tendenti alla riabilitazione del fascismo, una maggior partecipazione da parte nostra anche alle celebrazioni della Giornata della Memoria.

Vi segnalo pertanto queste 4 iniziative, invitandovi alla partecipazione:
venerdì 25 gennaio, alle ore 17.00 a Muggia presso il ricreatorio Penso di piazza della Repubblica 8, un’ iniziativa co organizzata dal Comune di Muggia, l’ANPI VZPI, l’ANED, l’Istituto comprensivo Lucio Scuola Nazario Sauro e le cooperative sociali Itaca e Universiis (che gestiscono la Casa di Riposo Comunale) con la testimonianza di un ex deportato a Buchenwald e la presentazione della ricerca degli alunni della scuola media Sauro sulle leggi razziali;
sabato 26 gennaio alle ore 16.30 presso il piazzale antistante lo stadio Grezar fiaccolata per la memoria, la pace e la convivenza, fino alla Risiera di San Sabba, organizzata dal Coro Partigiano Pinko Tomažič,che si esibirà al termine della fiaccolata. In tale occasione inoltre, l’ANPIVZPI e l’ANED deporranno una corona d’alloro;
domenica 27 gennaio, alle ore 09.30, carcere del Coroneo, marcia silenziosa di ex deportati, studenti e cittadini fino alla Stazione Centrale;
domenica 27 gennaio ore 11 , cerimonia solenne in Risiera. Assieme all’ANED abbiamo deciso, per rimarcare il nostro dissenso verso il comportamento tollerante dell’Amministrazione comunale verso i fascisti ed i seminatori d’odio verso i più deboli, di non deporre la nostra corona in tale occasione ma di farlo, appunto, nella giornata di sabato. Tuttavia saremo comunque presenti per rispetto della Giornata della Memoria e della Comunità Ebraica triestina.

Con l’auspicio di vedervi numerosi.
Fabio Vallon, presidente del comitato provinciale ANPI VZPI Trieste

25, 26, 27. januarja 2019
Proslava Dneva spomina

 

 

Drage tovarišice in tovariši,
potrebna je, tudi v vidiku recentnih dogodkov, ki pričajo o rehabilitiranju fašizma, večja prisotnost nas vseh na proslavljanjih Dneva spomina .

Seznanjam vas s 4 pobudami ter vas vabim, da se jih udeležite:

v petek, 25. januarja, ob 17. uri v Miljah, v rekreatoriju Penso na Trgu Republike 8, pobuda, ki jo prirejajo Občina Milje, ANPI-VZPI, ANED, Inštitut Lucio Scuola Nazario Sauro in zadruge Itaca ter Universiis (ki upravljajo Občinski dom za ostarele), s pričevanjem enega od bivših deportirancev v Buchenwaldu ter s predstavitvijo nalog dijakov srednje šole Sauro o rasnih zakonih;

v soboto, 26. januarja ob 16.30 na trgu nasproti stadiona Grezar baklada za spomin, za mir in sožitje, ki se bo vila do Rižarne in ki jo prireja Tržaški partizanski pevski zbor Pino Tomažič, ki bo na koncu tudi zapel. Ob tej priložnosti bosta ANPI-VZPI in ANED položili venec;

v nedeljo, 27. januarja ob 9.30 bo izpred zapora Coroneo tihi pohod bivših deportirancev, študentov in drugih občanov do glavne železniške postaje;

v nedeljo, 27. januarja, ob 11. uri, slavnostni obred v Rižarni. Da bi izrazili svoje nestrinjanje z občinsko upravo, ki se kaže popustljiva do fašistov in sejalcev sovraštva do šibkejših, smo skupaj z ANED sklenili, da ob tisti priložnosti ne bomo položili venca. To bomo storili v soboto. Bomo vsekakor prisotni v Rižarni, in sicer zaradi spoštovanja do Dneva spomina in do tržaške židovske skupnosti. Računam na vašo množično prisotnost.

Fabio Vallon, predsednik pokrajinskega odbora ANPI VZPI za Trst

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Dogodki v mesecu

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18/10/2019 17:00
Sede regionale RAI
via Fabio Severo 7, Trieste
Deželni sedež RAI za FJK
ulica F.Severo 7, v Trstu

CONTROCORRENTE
Storia del partigiano Augusto Marini

PROTI TOKU
Zgodba partizana Augusta Marinija

03/11/2019 09:00
Partenza ore 09.00 da Muggia (stazione autocorriere)
Odhod ob 9. uri iz Milj (avtobusna postaja)

COMMEMORAZIONE DEL 75° ANNIVERSARIO DELLA BATTAGLIA DI KUCIBREG

KOMEMORACIJA 75. OBLETNICE BITKE V KUČIBREGU